Sala gremita all’Istituto di Cultura di Londra per la presentazione dell’ambizioso progetto vitivinicolo di Pompei, unico al mondo, che prevede il partenariato pubblico e privato per l’avvio della produzione di vino con un ciclo produttivo completo in oltre sei ettari di vigneti coltivati secondo pratiche biologiche e sostenibili all’interno dell’area archeologica, con una cantina situata in uno dei siti più iconici del patrimonio culturale mondiale. Un progetto con finalità culturali prima che commerciali, volto a far rivivere il ruolo storico del vino come ambasciatore di civiltà.
“ Un’iniziativa davvero fantastica – ha introdotto il Direttore dell’Istituto, Francesco Bongarrà – che unisce l’amore per Pompei e l’interesse per il vino, e che ci racconta come producevano il vino gli antichi Romani. Sembra proprio l’evento ideale – ha continuato – per il nostro Istituto di Cultura, che promuove il nuovo attraverso la conoscenza dell’antico”.
“Affreschi e oggetti trovati a Pompei mostrano che il vino per I Romani aveva qualcosa di sacro: ciò implicava una tutela sia delle conoscenze e prassi di coltivazione, sia dell’uso consapevole, della convivialità, della ritualità. – ha affermto Gabriel Zuchtriegel, Direttore del Parco Archeologico di Pompei – Il nostro progetto, in fondo, vuole far vedere come in Campania questa antica tradizione continua a sopravvivere e riemergere, grazie a ricerche e scavi a Pompei, Longola, Oplonti, Boscoreale e Stabia, ma anche grazie al lavoro di donne e uomini che coltivando la terra nei secoli e millenni hanno creato il paesaggio italiano: agricoltura e cultura, che non a caso hanno la stessa radice, sono strettamente collegate.».
«Questo progetto rappresenta per noi una grande responsabilità e una straordinaria opportunità – ha dichiarato Antonio Capaldo, Presidente di Feudi di San Gregorio, l’azienda che in partenariato con il Parco Archeologico gestisce e valorizza i vigneti all’interno del sito – Il vino è da sempre un elemento centrale della cultura mediterranea e della storia dell’uomo. Pompei ci offre l’occasione di ricordarlo in modo diretto e di dimostrare, come imprenditori, la capacità di investire in modo sostenibile su progetti di lungo periodo e sul valore culturale del vino».
«Con questo progetto intendiamo approfondire i modelli di viticultura antichi, i vitigni autoctoni e le forme di allevamento della vite sugli alberi, tipiche della viticoltura etrusca a Pompei all’epoca, creando veri e propri vigneti-giardino capaci di raccontare questa storia in un rapporto tra archeologia, vite e vino strategico per proporre un turismo di qualità e offrire un modello interpretativo dell’enorme ricchezza della viticoltura italiana». – ha sottolineato Pierpaolo Sirch, agronomo e Direttore di Produzione di Feudi di San Gregorio.
All’incontro ha partecipato anche Nic Palmarini, Direttore del NICA – National Innovation Centre for Ageing (UK) e tra i massimi esperti a livello globale sui temi della longevità, degli stili di vita e dell’innovazione, a sottolineare la dimensione contemporanea e trasversale del progetto, capace di dialogare con le grandi sfide del nostro tempo. “Le culture del Mediterraneo che hanno realmente insegnato al mondo l’arte di vivere a lungo non l’hanno fatto malgrado la loro convivialità, ma grazie ad essa. Se elimini il momento dello stare insieme e lasci solo il vino, non resta nulla. Se invece preservi il rito dell’incontro, ottieni qualcosa che nessun farmaco è ancora riuscito a riprodurre. È questo, nel suo significato più profondo, il senso del progetto a Pompei. Non è semplicemente una cantina: è una dichiarazione di principio.” ha concluso Palmarini.
Dopo Londra, il progetto proseguirà il suo percorso internazionale, con l’intenzione di estendere il racconto anche oltreoceano, attraverso una serie di tappe nei principali Istituti Italiani di Cultura all’estero, pensate per portare nel mondo l’entusiasmo, la visione e l’unicità di questo partenariato. Un viaggio che intreccia archeologia, agricoltura, ricerca e cultura, per raccontare un’Italia capace di custodire le proprie radici e, allo stesso tempo, di parlare il linguaggio del futuro, attraverso un partenariato pubblico-privato innovativo e lungimirante.