‘L’isola che non c’è’
C’è una famosa serie TV di qualche anno fa che racconta le vicende di alcuni sopravvissuti ad un disastro aereo. I naufraghi si ritrovano in un’isola misteriosa, quasi impossibile da raggiungere e da lasciare, in cui le leggi che governano lo spazio e il tempo sono sfasate. Come ne Il Signore delle mosche di Golding che ne ha ispirato la trama, i protagonisti di Lost (questo è il titolo della serie) si danno una rudimentale forma di organizzazione sociale, scontrandosi però con il vissuto di ciascuno e con eventi e fatti misteriosi. Il mare che circonda l’isola e la paura di questi fenomeni inspiegabili (nuvole di fumo e rumori ancestrali) divengono gli unici elementi che alla lunga accomuneranno i protagonisti. Scomodare Lost e Il signore delle mosche per parlare del racconto della Sardegna al tempo della pandemia potrebbe apparire azzardato. Tralasciando il riferimento indiretto a fumi petrolchimici o i boati delle esercitazioni militari, a ben vedere insularità, paura di un nemico invisibile e incontrollabile, la necessità di riconnettersi con il mondo sono gli elementi che accomunano questi spazi insulari fisici e immaginari.
In queste ultime settimane la Sardegna è risalita agli onori delle cronache. E’ riemersa una narrazione schizofrenica sulla Sardegna. La distanza dai focolai ha contribuito a tenere relativamente basso il numero di contagi, un isolamento forzato che però compromette le basi della sua economia turistica. Questa mobilità ‘impossibile’ da e verso l’isola ritorna come snodo cruciale per capire il rapporto tra Sardegna e ‘il continente’. Ho riflettuto su questi temi nella ricerca sulle comunità migranti sarde presenti in Italia e in Europa: come succede in ogni fenomeno migratorio, il mito del ritorno ha spesso guidato le scelte lavorative e di vita dei migranti; più nello specifico, il mantenimento di un legame con la terra d’origine spinse la costituzione dei circoli sardi tra gli anni Sessanta e Settanta. Uno dei collanti principali che cementò l’associazionismo fu proprio la lotta per avere tariffe agevolate su navi e aerei da e per l’isola. Parlammo di queste storie poco più di un anno fa all’Istituto di Cultura di Londra, in occasione della serata Sardinia Outside the Island. Sembra passata un’epoca geologica: la pandemia sta mutando il nostro modo di stare insieme e quello di spostarci. Allora eravamo nel pieno della protesta dei pastori per l’aumento del prezzo del latte, e discutemmo su come i mass-media, più o meno indirettamente, facevano riferimento a stereotipi e letture approssimative sul ‘carattere’ e sulla società sarde per leggere l’attualità. Narrazioni ritornate prepotentemente in questi giorni, in cui l’immagine di una Sardegna protetta dal mare e solo sfiorata dal virus e si è scontrata con quella dell’isola turistica e, in fondo, bisognosa dell’aiuto esterno per potersi sostenere e per ‘modernizzarsi’. In entrambi i casi, immaginari di un’isola che non c’è introiettati in egual misura dai sardi e dai non sardi. Se è vero che la crisi provocata dalla pandemia ha polarizzato questi stereotipi, essa potrebbe anche stimolare una loro rilettura critica a livello locale e nazionale, disegnando anche un profondo ripensamento del modello turistico basato sul portare un gran numero di persone in un lasso di tempo relativamente breve. Più pragmaticamente, e in maniera diversa dal finale di Lost, la speranza è quella di non dover ricorrere a soluzioni metafisiche per poter arrivare o lasciare l’isola una volta che l’emergenza sanitaria sarà terminata (scusate lo spoiler).
Gianmarco Mancosu, University of Warwick e Universita’ di Cagliari
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